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La relazione nella consulenza filosofica. Riflessioni a partire da Martin Buber. Testo di Matteo Papini

 

Salimbene De Adam, nella sua Cronica, riporta fra le “stranezze” di Federico II imperatore questo esperimento: egli voleva verificare che lingua avrebbero parlato dei bambini ai quali, dopo la nascita e per un certo periodo, non si fosse mai rivolta la parola. Li affidò a delle balie che avrebbero dovuto nutrirli, vestirli, cibarli ma mai parlare con loro; era suo desiderio infatti sapere che lingua avrebbero parlato, l'ebraica, il greco, il latino o magari l'arabo? Salimbene commenta che Federico si affaticò invano, poiché i bambini uno dopo l'altro morivano tutti, non si può infatti vivere senza le parole, i sorrisi e i versi che le balie sono solite fare ai bambini, in una parola senza relazione.

Non sappiamo se l'episodio sia da considerarsi veritiero, forse si tratta di un topos letterario, infatti lo si ritrova anche in testi molto più antichi, forse era una voce che si faceva girare per screditarlo, oppure può essere che Federico lo abbia tentato veramente per ripetere quanto letto su quei testi. Comunque sia, che ne fornisca o no la prova “scientifica” per essere stato effettivamente tentato, il racconto dell'esperimento rivela una antichissima convinzione: che l'essere umano semplicemente non possa vivere senza relazione.

 

Anche Martin Buber colloca il dato della relazione come fondante, non solo della natura umana ma dell'essere stesso.

Due per lui le parole fondamentali dell'essere: l'io-tu e l'io-esso. Non si dà io al di fuori di una di queste due relazioni; sempre l'io, anche se solitario, si colloca di fronte al mondo in una di queste due posizioni. La verità dell'umano è situarsi quanto più possibile in una relazione io-tu; con se stessi, con il mondo naturale, con le essenze spirituali. Bisogna però tenere sempre presente che la relazione è più ricevuta come grazia che ottenuta con sforzo.

Non si vuole qui, in questo poco spazio, presentare esaustivamente il pensiero di Buber ma solo proporre di applicare una particolarità della relazione da lui individuata in alcuni casi al caso della consulenza filosofica.

Afferma Buber che «[...]c'è anche più di un rapporto io-tu che, per come è fatto, non può dispiegarsi a piena mutualità, se deve durare così com'è»i, i rapporti di questo tipo sono per esempio quello educativo, il rapporto psicanalista-paziente o il rapporto pastorale. In tutti questi casi per Buber la relazione, che per essere efficace deve svilupparsi il più possibile nell'ambito della parola fondamentale io-tu, non può però dispiegarsi in una piena mutualità, deve restare un qualche “distacco” fra l'educatore, l'analista, il pastore e colui/colei con il quale essi si pongono in relazione. Questi rapporti non sono totalmente reciproci o, potremmo dire, simmetrici. Deve permanere una pur piccola disparità pena la perdita dell'efficacia della relazione, del suo stesso esistere come un caso specifico di relazione.

 

La domanda che vorrei pormi qui è se questo deve essere vero anche per la consulenza filosofica. E' arcinoto infatti che essa si pone in rottura con la psicanalisi e con la relazione pastorale (anche se su questo punto, nel caso per esempio della direzione spirituale a mio avviso la differenza è molto più sfumata) proprio sulla questione della parità nella relazione. Il filosofo consulente e l'ospite si pongono sullo stesso piano, filosofano insieme in una relazione che è paritaria, non è una relazione d'aiuto ma un con-filosofare partendo dalla vita e dai problemi posti dall'ospite, non si promette una guarigione né un'educazione e tanto meno una salvezza.

 

Tuttavia, fatto salvo tutto quanto appena detto che credo sia pienamente vero, credo anche che un certo grado di disparità debba conservarsi pure nella consulenza filosofica. Cercherò di spiegarmi con un esempio. Mi capita a volte di ricevere come ospiti di consulenza degli amici. La relazione di amicizia che ho con loro si dispiega in piena mutualità, per usare le parole di Buber, così come deve logicamente essere in una relazione amicale; quando però ci collochiamo nella relazione di consulenza qualcosa cambia, inevitabilmente. Non si tratta del fatto del pagamento, capita infatti spesso che questo aspetto non ci sia. C'è qualcos'altro che rende il rapporto diverso in quel momento e che fa sì che, nonostante noi due siamo gli stessi, nel colloquio non siamo più solo amici ma siamo l'ospite e il consulente di una relazione di consulenza filosofica. Il caso sarebbe ancora più evidente se l'amico fosse anch'egli/ella un consulente, perché lo scambio dei ruoli potrebbe anche alternarsi. Io credo che la differenza sia in quanto afferma Buber sulla necessità che si dia una non completa mutualità. Come consulente so che devo mantenere fra me e l'ospite una certa distanza che, pur nella completa accoglienza e partecipazione a quanto mi dice e a quanto io dico, lasci uno spazio, tale che la sua relazione io-tu con me non sia completa. In questa distanza si può collocare così la ricomprensione che l'ospite potrà operare di quanto ha narrato e di quello su cui abbiamo discusso. In qualche modo la carenza di relazione io-tu con il consulente permetterà all'ospite di ricomprendere a un livello più profondo la relazione io-tu con se stesso/a e la propria vicenda esistenziale.

 

Quale allora la differenza fra la relazione di consulenza e le altre di cui si diceva sopra? Credo che la si possa collocare nel grado di questa mancanza di reciprocità che nel caso dell'educazione e ancor più in quello della psicanalisi deve essere molto maggiore. Così anche nel caso della relazione pastorale (si pensi ad esempio all'amministrazione dei sacramenti nella pastorale cristiana), fatto salvo il caso particolare della direzione spirituale dove a mio avviso siamo in un grado di distacco molto più vicino a quello della consulenza filosofica.

Ma questa è un'altra storia e la si dovrà raccontare un'altra volta.

 

 

MATTEO PAPINI

 

 

 

 

iM. Buber, Ich und Du (Nachwort), Heidelberg 1958, Tr. it., Io e Tu (Postfazione), Cinisello B. (MI) 1993, p.153.

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